martedì 28 febbraio 2012

Helmet Girls: il secondo artbook di Camilla d'Errico edito dalla Dark Horse Comics

Nella giornata di ieri Camilla d'Errico ha annunciato l'uscita, programmata per la prossima estate, del suo secondo artbook, Helmet Girls, per la Dark Horse Comics. Oggi la stessa artista ha messo a disposizione del suo pubblico la copertina del suddetto artbook sulla sua pagia facebook.

"To me Helmetgirls defines me as an artist, and I imagine these girls existing in a world quite unlike ours. I have so much artwork based on these headgear obsessed maidens that we decided to give them their own art book. I hope to one day have a figure based on a Helmetgirl, it would be amazing!. Sono le parole di Camilla d'Errico in una recente intervista.

Helmet Girls non solo rappresenta il seguito di Femina e Fauna (anch'esso edito dalla Dark Horse Comics) ma anche l'artbook per eccellenza, simbolo dell'arte di Camilla d'Errico. La  stessa infatti si fa chiamare su twitter proprio Helmetgirls come a sottolineare il fatto che le ragazze da lei dipinte con bizzarri copricapo sono il suo alter ego. Una fusione tra artista e opere, ma se vogliamo estendere l'espressione anche tra lavoro e vita privata.

Camilla d'Errico ha dimostrato più volte di essere un'artista a tutto tondo, la cui versatilità e flessibilità è dimostrata dai continui progetti da lei stessa realizzati, inizialmente attraverso il self-publishing (si parla degli inizi della sua carriera, dieci anni fa) e ora grazie alla Dark Horse Comics. Infatti al momento Camilla d'Errico ha dichiarato di essere alle prese con il secondo romanzo grafico di Tanpopo (inizialmente autopubblicato), sta lavorando anche ad un altro progetto fumettistico, insieme alla sorella: ogni capitolo è tratto da un mestro della letteratura. Camilla d'Errico ha dichiarato di aver appena finito un capitolo tratto da un racconto di Edgar Allan Poe.

Ma intanto godiamoci l'artbook Helmet Girls!

Steve McCurry al Macro Testaccio: il suo viaggio nel mondo tra guerre, dolore e solitudine

Quando ho scritto l'articolo di presentazione della mostra di Steve McCurry al Marco Testaccio di Roma immaginavo che, una volta visitata, ne sarei rimasta fortemente colpita. Mai però avrei creduto in un tale coinvolgimento. L'ex Mattatoio di Roma, palcoscenico, negli ultimi anni, di mostre, spettacoli ed eventi, attraverso le fotografie del grande Steve McCurry si è trasformato in un luogo altro. Non si ci trova nella capitale d'Italia, neppure in Europa o in qualche altra città del mondo, improvvisamente si ha la sensazione di essere sospesi in un limbo creato dalla forza e dall'energia scaturite da queste fotografie.

Le luci soffuse accompagnano l'osservatore tra una sezione e l'altra della mostra. Piccole grotte metalliche sulle cui pareti sono affisse le fotografie, scattate dagli anni Ottanta ad oggi, di mondi lontani anni luce da noi. Ci si sente infinitamente piccoli e stupidi, stretti nelle nostre misere e scellerate preoccupazioni quotidiane davanti a un bambino peruviano che impugna una pistola e se la porta alla tempia. La foto risale al 2004, le sue lacrime sono il dolore di tanti soprusi, di una vita che non possiamo neppure immaginare. Accanto a questa foto ce ne sono altre che immortalano bambini afgani mentre impugnano dei mitra, con l'autorevole incoraggiamento di adulti che, accanto a loro, li incitano (forse con lo sguardo più che con le parole) ad una violenza che si attacca alla pelle e striscia nei sogni di tanti bambini innocenti.

Non si può restare indifferenti di fronte ad un soldato carbonizzato (fotografia scattata nel Kuwait a metà degli anni Ottanta). Quel ragazzo, probabilmente ventenne, è stato il figlio di qualcuno, ha avuto genitori che lo hanno cullato per anni, lavato, vestito, genitori che lo hanno seguito nella sua formazione scolastica, genitori a cui, all'improvviso, è stato negato il diritto di fare i genitori. Ancora una volta la violenza che, in situazioni e con modalità differenti, si insinua nella vita di giovani ragazzi. 

La mostra continua e, talvolta, sembra voler regalare qualche distrazione dalla tensione emotiva creatasi grazie ad alcune fotografie scattate in Italia a Villa Borghese (i due innamorati che si baciano) oppure di fronte a Fontana di Trevi (dall'interno del famoso Hotel che si affaccia proprio sulla Piazza) per non parlare di immagini simbolo della sacralità siciliana o delle tradizioni popolari del meridione. 

Ma poi si riprende e le successive rappresentazioni fissano sulla pellicola la solitudine di luoghi remoti, ai confini della Terra. Tra queste fotografie quella che mi ha colpito riguarda il negozio di astrologia di un signore indiano, negozio fatiscente che si affaccia sull'Oceano. I suoi occhi, rivolti alle acque scure, sembrano parlare una lingua a noi sconosciuta.

Credo che non ci sia altro da aggiungere, le immagini parlano da sole. Il viaggio di un uomo, Steve McCurry, che ha visto molto più di ciò che le fotografie svelano. Un Marco Polo d'altri tempi, che indaga anche la violenza e il dolore.

lunedì 27 febbraio 2012

Le fotografie di Martin Klimas: dipingere con il suono

Baricco nel suo ultimo libro, Mr Gwyn, edito da Feltrinelli, racconta di uno scrittore che decide di scrivere ritratti e non più romanzi. Scrivere ritratti? Direte voi, proprio così. E se quello di Baricco è un libro, quindi immaginazione, magari permeata da tracce autobiografiche, quello che ho letto qualche giorno fa in un articolo riportato dal New York Times è pura realtà.




Il fotografo tedesco Martin Klimas dipinge con il suono. Come? Mettendo vernice colorata su un materiale traslucido poggiato, a sua volta, su di un altoparlante. Le vibrazioni del diffusore non solo fanno oscillare la vernice ma la lanciano in aria, creando delle vere e proprie fontane colorate che Martin Klimas fotografa puntualmente.

Le fotografie si trasformano in immagini astratte di canzoni: da Miles Davis a Kraftwerk la playlist è lunga e... colorata. Lavorando di fantasia l'arte diventa creatività allo stato puro. 

Il Surrealismo di Chuck E. Bloom: dagli intermezzi idillici terreni al mondo incontaminato

Da Jeremiah Morelli a David Stoupakis passando per Alexander Jansson: questi osno gli autori a cui ho pensato osservando gli acrilici su tela di Chuck E. Bloom. Nativo dell'Ohio, vincitore dei premi Evelyn Cook Weber Prize e Scotty Flamm Awart for Excellence in Art, il surrealismo di Bloom potrebbe aver poco a che vedere con la lowbrow art e il pop surrealism di cui spesso si tratta in questo blog, nonostante ciò le sue opere sembrano richiamare lo stile degli autori sopra citati ma anche di Salvador Dalì, esponente indiscusso del surrealismo.

"Prima ancora di terminare il quadro, la visione è già svanita dalla mia mente. Posso solo sperare di aver capito abbastanza del messaggio e che questo possa aiutarmi a terminare il lavoro". Sono parole, quelle dell'artista, che fanno intendere quanto, dietro a un lavoro dove fantastico e immaginario sono gli ingredienti principali, la fatica e lo sforzo rappresentino gli aspetti di un lavoro concepito in momenti irrazionali ma delineato dalla ragione e dalla forza di volontà dell'artista stesso. 

"Spesso i miei dipinti sono stati erroneamente interpretati come illusionistici" Erroneamente, afferma Chuck E. Bloom. In quanto la materia di cui sono fatti i sogni non è illusione, si tratta di realtà, una realtà altra. E allora ecco che, attraverso le sue tele, l'osservatore più attento viene condotto in luoghi dove le leggi vengono sovvertite con equilibrio. 

Chuck E. Bloom si definisce un surrealista in quanto egli presenta il mondo così come i suoi occhi lo vedono e così come il mondo si presenta all'artista stesso. 
Leggendo alcune interviste Chuck E. Bloom appare una persona pacata e riflessiva, un buon osservatore. L'irrazionale sembra scaturire dal suo stesso equilibrio merito, probabilmente, dei suoi studi in psicologia e quindi della sua maestria nel trattare certi tipi di argomenti. Tuttavia egli non si è buttato a capofitto nel surrealismo fin dagli inizi dei suoi studi. Il percorso formativo lo ha visto dapprima appassionato e interessato ad artisti come Pollock e Rothko e solo successivamente da artisti più propriamente surrealisti come Yves Tanguy, Remidios Varo e Leonora Carrington.

Gli archetipi del surrealismo di Chuck E. Bloom ruotano attorno alla natura, la vera protagonista delle sue tele. "Molto semplicemente io amo gli alberi e sento una grande affinità con loro" ha dichiarato l'artista.  Mentre il capitalismo mira, secondo Bloom, a sfruttare al massimo la Terra traendone profitti senza badare alle leggi del rispetto della natura, Bloom vuole invece dare un'immagine diversa della Terra. Oltre alla natura, nei suoi quadri compaiono spesso porte e finestre, ma anche tetti e orologi: queste "strutture rappresentano due cose: primo, la storia che si perde quando ci si dimentica di imparare dal nostro passato e in secondo luogo lo splendore che risiede nelle cose comuni. Ci sono cose che guardiamo un centinaio di volte al giorno ma la nostra mente è concentrata su altro. Porte e finestre sono passaggi dall'esterno verso l'interno, da un luogo ad un altro". 

Bloom parla di porte e finestre come di "orizzonti in tempesta", "intermezzi idilliaci", "la speranza di un altro mondo incontaminato e il ricordo di ciò che si è lasciato alle spalle. Si tratta di opportunità o la mancanza di opportunità".

Iniziando la settimana con una buona dose di Street Art




Gli Street Artists Os Gemeos.

Fonte: www.osgemeos.com.br

giovedì 23 febbraio 2012

Appuntamento con l'arte: MondoPop si trasforma in un Atelier Popsurréaliste

Lostfish
Baudelaire narrava in versi il meraviglioso, l'onirico, quella forza illogica e irrazionale necessaria per superare il trauma causato dagli avvenimenti di fine Ottocento. Qualche decennio dopo André Breton ricorderà il meraviglioso baudelaireano riconoscendo, tuttavia, che "solo il meraviglioso è bello". E' da qui che dobbiamo partire per capire quale magnifico prodigio si compirà a MondoPop, la galleria romana di via dei Greci, teatro del pop surrealism e della lowbrow art.

Sarà proprio il pop surrealism ad assurgere a ruolo di protagonista trasformando, come hanno voluto gli stessi curatori della mostra, David Vecchiato e Serena Melandri, la Galleria di via dei Greci in un Atelier Popsurréaliste in cui la pittura e l'arte immaginifica francese rappresenteranno il fil rouge che unirà i dodici artisti chiamati ad esporre le loro opere.

Ciou
Ciou, Lostfish (per citare i miei preferiti) ma anche David "craiion" Monteiro, Bunka, Zelda Bomba, Malojo sono solo alcuni dei nomi che esporranno alla Galleria MondoPop. Dalla lowbrow al pop surrealismo, dal design di stampo americano all'urban art... ce n'è per tutti i gusti! Grazie ad un linguaggio iconico che trae spunto dal fumetto, dai manga, dalla street art e da tutto ciò che di artistico c'è in circolazione, le opere rappresenteranno un percorso visivo che condurrà per mano l'osservatore accompagnandolo nel meandri del pop surrealism francese. 

Immagini provocatorie, bizzarre, talvolta violente faranno da scenografia alla Street Room di via dei Greci. MondoPop Gallery inaugurerà l'Atelier Popsurréaliste il 17 marzo alle ore 19. L'atelier sarà aperto al pubblico fino al 28 aprile. 

Dal Postmoderno al Realismo: Maurizio Ferraris ne discute con Emil Angehrn all'Istituto Svizzero di Roma

Maurizio Ferraris

“Non si può fare a meno del reale, del suo starci di fronte e non essere disponibile a negoziare. Sia quello che sia, ci renda felici o infelici, è qualcosa che resiste e che insiste, ora e sempre, come un fatto che non sopporta di essere ridotto a interpretazione, come un reale che non ha voglia di svaporare in reality” 

Da questo presupposto Maurizio Ferraris, professore ordinario di Filosofia teoretica all'Università di Torino, (dove dirige il LabOnt - Laboratorio di ontologia), si confronterà con Emil Angehrn, editorialista del quotidiano La Repubblica, che ha scritto oltre quaranta libri tradotti in più lingue. 

“Al di là del fare c’è ciò che succede a noi, al di là dello sguardo ciò che si mostra, al di là delle interpretazioni ciò che ci parla”. Sono le parole di Emil Angehrn. E l'incontro, che si terrà all'Istituto Svizzero di Roma, si preannuncia interessante ma soprattutto illuminante attorno ad un tema, il postmodernismo e il new realism, di cui si è discusso e scritto molto in seguito al manifesto del New Realism scritto dallo stesso Ferraris e apparso l'8 agosto sul quotidiana La Repubblica

Da mesi linguisti, professori, scrittori, studiosi, giornalisti, ma anche parlamentari si sono accaniti, scontrati, riuniti, ma comunque tutti hanno detto la loro sul postmdernismo. Il 29 febbraio alle 18.30 presso l'Istituto Svizzero di Roma si avrà la possibilità di discuterne direttamente con l'autore del Manifesto del New Realism, Ferraris appunto, e l'editorialista Emil Angehrn. 

mercoledì 22 febbraio 2012

Da Aosta a Roma: Andy Warhol in mostra nelle città italiane. Omaggio a 25 anni dalla morte

A venticinque anni dalla morte, in seguito ad un intervento chirurgico alla cistifellea, Roma ha deciso di ricordare il padre della Pop Art, Andy Warhol, con una mostra alla Galleria Nazionale d'arte moderna dal 12 giugno al 9 settembre. Andy Warhol Haedlines esibirà le opere di Warhol mettendo in relazione le sue capacità artistiche con i mass media passando per "simboli linguistici". Accantonate le immagini che lo hanno reso celebre in tutto il mondo, come quella di Marilyn, Roma vuole rendere omaggio a questo artista analizzando i punti in comune con la poesia ma anche e le collaborazioni con altri artisti. 

Locandina della mostra a Aosta

Nonostante ciò, Roma è consapevole che sono proprio le icone di personaggi famosi a renderlo, tuttora, celebre anche alle nuove generazioni: Liz Taylor, Jacqueline Kennedy, oltre a Marilyn, hanno un immenso valore, parlando da un punto vi sa strettamente economico. Sul piano teoretico, invece, le opere sono meravigliosamente rappresentative di un'arte che vuole essere spremuta, utilizzata, forse anche saccheggiata.

Dopo aver iniziato la sua carriere come grafico presso Vogue, Hsrper's Bazar e Glamour, realizza i suoi primi dipinti che risentono della cartellonistica dell'epoca, oltre che del fumetto. Il linguaggio immediato, ad effetto, quella capacità di colpire l'attenzione del pubblico con motti puliti, lontani dalla retorica che, tuttavia, attingono proprio il loro significato dal pubblico stesso, dalle sue esigenze e bisogni. Con Andy Warhol prende avvio la Pop Art americana che conoscerà, grazie a molti artisti, ampia fortuna imponendosi, ben presto, a livello internazionale come l'avanguardia del secolo.

Come si è visto un paio di settimane fa, Andy Warhol è presente anche nella mostra di San Marino dedicata alla Pop Art Americana. E a lui è dedicata da mostra al Centro Saint-Benin di AostaDall’apparenza alla trascendenza, aperta al pubblico fino all’11 marzo, in cui viene ripercorsa la sua carriera attraverso le opere più famose. Da nord a Sud, l'Italia rende omaggio a questo grande artista, scomparso troppo presto.

Quando la fotografia non smette mai di stupire






Fonte: http://www.r-e-l-i-c.com/

martedì 21 febbraio 2012

Mardi Gras: Street Chandelier di Werner Reiterer. Quando si dice l'arte di strada

Immaginiamo di svegliarci ogni mattina, aprire la finestra della camera e trovare questo enorme lampadario, assai lussuoso e sfarzoso, proprio di fronte a casa nostra. E' probabilmente quello che vedono coloro che vengono ogni sera illuminati dalla luce di questo lampadario.
Realtà o magia da Photoshop?

La redazione di Juxtapoz Magazine, che ha pubblicato questa fantastica foto, ne sa qualcosa in più: l'artista dello Street Chandelier si chiama Werner Reiterer, è austriaco e dal 2006 la sua arte è orientata a ricreare e trasfigurare gli spazi urbani. Quello che, a primo acchito, potrebbe apparire come un paesaggio banale e totalmente privo di significato viene rimodellato, grazie all'ingenio di Werner Reiterer. Ciò che si ottiene è un paesaggio surreale, bizzarro, sognante. Improvvisamente sembra di trovarsi in una fiaba, dai tratti noir.

Chapeau all'artista, Werner Reiterer!

Pale Winter: una lettura collettiva de Il Re Pallido per festeggiare i 50 anni di David Foster Wallace

In occasione del cinquantesimo compleanno di David Foster Wallace, pubblico questo articolo interessante apparso su Nazione Indiana. Chiunque volesse rendere omaggio a questo scrittore non deve far altro che leggere quanto segue:

L’Archivio DFW Italia, lancia l’iniziativa ‘Pale Winter’: lettura collettiva de “Il Re Pallido” di David Foster Wallace.

Il 21 Febbrario del 1962 nasceva lo scrittore americano David Foster Wallace e in occasione del suo 50simo compleanno un gruppo di affezionati lettori darà il via ad una lettura ragionata del suo romanzo postumo, “Il Re Pallido”, pubblicato lo scorso anno, tradotto in Italia dalla casa editrice Einaudi.

La lettura comincerà a partire da oggi, 21 febbraio, e dal 3 Marzo, ogni sabato, per 12 settimane, ognuno dei partecipanti pubblichera’ un intervento sul sito dell’Archivio DFW Italia. Naturalmente commenti e interventi saranno aperti a tutti i lettori italiani di Wallace che sono invitati ad unirsi all’iniziativa: una pagina Facebook e un Google Group verranno aperti per l’occasione, dando altre possibilità di interagire a chiunque lo volesse.

La lettura collettiva vuole essere un omaggio ad uno scrittore che in Italia conta un seguito di lettori attenti e affezionati, anche grazie al prezioso lavoro, abbastanza unico nel panorama mondiale, soprattutto delle case editrici Fandango, Minimum Fax, ed Einaudi, che hanno tradotto e pubblicato i suoi libri già alla fine degli anni ’90.

Come procedere. Procuratevi una copia de “Il Re Pallido”, e cominciate a leggerlo, e nel frattempo visitate il sito dell’Archivio DFW Italia, dove troverete materiali e informazioni interessanti. Dal 3 marzo in poi potrete cominciare a postare i vostri commenti.

Info e contatti:
http://archivio-dfw.tumblr.com/,
e-mail:archivioDFW@gmail.com,
google group: http://groups.google.com/group/palewinter/

lunedì 20 febbraio 2012

Rileggere il degrado: Peripheral Stages. Tobias Zielony e Mohamed Bourouissa in mostra al Maxxi a Roma

Tobias Zielony

Ne ha parlato due settimane fa Roberto Saviano durante la sua breve, ma intensa, apparizione televisiva a Che tempo che fa: Scampia è un luogo dove le associazioni trasudano creatività, in cui raccontarsi e confrontarsi significa smettere di subire il terrorismo e l'illegalità generati dalla mafia e iniziare a scrivere una nuova pagina che sia rappresentante di un nuovo volto della periferia napoletana, che vuole costruire sulla cultura il suo futuro. 

Ebbene, oggi Scampia diventa palcoscenico per l'arte di Tobias Zielony. Fotografo tedesco formatosi in Galles e successivamente all'Università di Lipsia, ha composto più di settemila scatti tra il 2009 e il 2010 proprio nel quartiere di Scampia, soffermando l'attenzione su edifici, case, palazzi, magazzini ma anche strade e piazze, che vengono trasformati e trasfigurati dalla presenza dei giovani. Luoghi fatiscenti e spesso dimenticati dai molti, luoghi in cui gli stessi ragazzi sembrano aver perso i punti di riferimento, rischiando di isolarsi ancor più dentro un guscio che odora di stantio ma che rappresenta pur sempre una casa.
Tobias Zielony

Esclusione, emarginazione, degrado urbano e sociale viene rintracciato anche da Mohamed Bourouissa. Fotografo algerino, laureato alla Sorbona, specializzatosi in fotografia all'École des Arts Décoratifs, tratta queste tematiche con un piglio più tecnico, che mira alla sostanza, all'effetto immediato sull'osservatore: la periferia come ricettacolo di stereotipi e pregiudizi frutto di una cattiva educazione mediatica.  Mohamed Bourouissa ha il merito di aver messo nelle mani del pubblico una testimonianza preziosa: il video che racconta un anno di comunicazione tramite cellulare con un detenuto in una prigione francese.

Mohamed Bourouissa
Concretezza e immediatezza ma anche poetico lirismo: l’emarginazione sociale e il degrado sono fenomeni che esistono nelle periferie (ma anche nelle città e da questo punto di vista il dibattito si potrebbe ampliare) tuttavia non vengono distorti dai due fotografi come spesso fanno i mass media. Al contrario l'originalità sta nella ricerca della bellezza alternativa insita proprio nelle periferie.  Superare il pregiudizio per cui periferia è sempre e comunque sinonimo di sole barbarie e guardare, con spirito critico, anche alla bellezza che si cela nelle periferie stesse. 

Mohamed Bourouissa


La ricerca nelle periferie fatta dai due fotografi si è tradotta in una mostra, inaugurata il 16 febbraio e aperta al pubblico fino al 27 maggio. "Peripheral Stages. Tobias Zielony e Mohamed Bourouissa" sarà al Maxxi-Museo nazionale delle arti del XXI secolo, a Roma (via Guido Reni).

Pop Surrealismo in mostra alla Fondazione Stelline di Milano: La natura squisita. Ai confini del pop

Fulvio Di Piazza
Il Pop Surrealismo calca la scena artistica milanese grazie alla mostra  La natura squisita. Ai confini del pop, curata da  Alberto Mattia Martini e Julie Kogler, aperta al pubblico fino al 25 febbraio. Tre gli artisti che esporranno, venticinque le opere che si potranno ammirare. Il fulcro della mostra sarà la natura come forza creatrice del cosmo e non solo.

Già Magritte realizzava quadri in cui la natura era al centro dell'attenzione, ora in chiave metaforica ora in chiave simbolica. E proprio Milano, parecchi anni fa, ha omaggiato Magritte con una mostra personale dedicata proprio al ruolo della natura presente nelle sue opere. Dal surrealismo al pop surrealismo la strada sembra breve ma, come si è più volte visto tra le pagine di questo blog, non è affatto così. Anni di storia dell'arte sono intercorsi e se per Magritte la natura non aveva una vera e propria valenza psicoanalitica ma poteva essere la spunto per un viaggio onirico in mondi altri, per gli artisti che esporranno a Milano fino al 25 febbraio la natura sembrerebbe avere riscoprire l'inconscio archetipico proprio dell'arte di Salvador Dalì.
Nicola Verlato

Fulvio Di Piazza, Marco Mazzoni e Nicola Verlato: i nomi degli artisti che presenteranno le venticinque opere nelle quali la natura è selvaggia, dominatrice, prepotente, ma anche umana e vicina agli echi dell'uomo. Le opere di Verlato, Di Piazza e Mazzoni sono icone di un mondo irreale, un mondo che si rifugia nell'inconscio per trovare una ragione al suo stesso esistere. 

Marco Mazzoni
Fulvio Di Piazza, considerato un moderno Arcimboldo, crea quadri in cui la natura si anima e l'elemento fiabesco fa da cornice a un surrealismo lirico che si avvicina, reinterpretandole, alle opere di Dalì. Di stampo decisamente pop surrealista sono invece i quadri di Nicola Verlato, in cui le tecniche moderne (3D e  arte digitale) si sposano con una visione artista che risale alle opere di Michelangelo e alla filosofia antica. Marco Mazzoni ha deciso di trarre ispirazione dal volume eretico rinascimentale Malleus Maleficarum, rappresentando la natura come parte integrante del corpo dell'uomo, quasi un completamento dello stesso corpo umano. 

I quadri di Fulvio Di Piazza, Nicola Verlato e Marco Mazzano saranno alla mostra La natura squisita. Ai confini del pop presso la Fondazione Stelline di Milano fino al 25 febbraio. 

Il suono della luce: Kim Minjung in mostra al Macro - Testaccio (Roma)

Un'arte iconica, quella orientale, che qualcuno ha voluto chiamare "retorica della discontinuità" alludendo ai cosiddetti vuoti di colore che spesso cedono il posto alle zone dove il colore invece abbonda ed è ricco di sfumature. Il luogo della metafora, dell'incanto puro. E' quello a cui si potrebbe pensare quando si osservano le opere dell'artista coreana Kim Minjung, che ha inaugurato la mostra personale al Macro - Testaccio (Roma) il 25 gennaio e sarà aperta al pubblico fino al 4 marzo.

Il suono della luce. Il titolo della mostra evoca percezioni e attività sensoriali che potrebbero essere in contrasto tra loro tuttavia, vista e udito, nell'arte di Kim Minjung, si fondono per celebrare quelli che Roberto Borghi ha definito i "fondamenti dell'immagine". La congiunzione di pieno e vuoto si riversa sulla carta di riso (materiale utilizzato da  Kim Minjung) e si concretizza attraverso l'utilizzo dell'inchiostro. Espandendosi sulla carta di riso, l'inchiostro rappresenta, metaforicamente, l'energia e la forza psichica.

L'energia e la forza psichica alla quale fa riferimento Kim Minjung conservano un'accezione del tutto orientale, abbracciando l'arte e il pensiero zen: ci si addentra in un luogo in cui l'uomo si ricongiunge con il cosmo, ritrovando se stesso. L'artista coreana, infatti, tende a dipingere sempre a terra, testimonianza del suo legame con la cultura orientale secondo cui la terra è, sempre da un punto di vista metaforico, la base per qualsiasi dipinto. 

Per questo si capisce come, per Kim Minjung, ricongiungersi con il cosmo e abbracciare l'energia e la forza psichica che provengono da una zona recondita di noi stessi non rappresenta un percorso fatto da ostacoli, difficilmente riconoscibile e rintracciabile, bensì un naturale e, quasi, fisiologico cammino il quale può essere raccontato attraverso le percezioni sensoriali. Le opere di Kim Minjung potrebbero essere definite come dei manifesti comunicativi di ciò che le nostre percezioni rendono esplicito. 

Metafora, evocazione ma anche retorica orientale: questa è l'arte di Kim Minjung . L'artista, tuttavia, avendo studiato anche a Milano, ha saputo magistralmente assemblare l'arte orientale con le tecniche e il sapere occidentali, approfondendo e riflettendo non solo sul suo ruolo di artista ma anche e soprattutto sul ruolo dell'arte e ciò l'arte stessa può svelare all'uomo.

Il suono della luce, mostra personale di Kim Minjung, sarà aperta al pubblico fino al 4 marzo al Macro - Testaccio (Roma). 

mercoledì 15 febbraio 2012

Romano Cagnoni, fotografo dell'esistenza in mostra alla nona edizione di Seravezza Fotografia

Harold Evans, giornalista, editor del Sunday Times oltre che scrittore, lo cita nel suo libro, Pictures on a Page, come uno dei fotografi più importanti accanto a Cartier-Bresson, Bill Brandt, Don McCullin ed Eugene Smith; premiato in America con l'Overseas Press Award, riconosciuto in Germania e in Italia, Romano Cagnoni non è solo un fotografo italiano eccezionale ma anche colui che meglio è riuscito, e riesce tuttora visto il continuo successo dei suoi scatti, a fotografare "l'andamento dell'esistenza"

Romani Cagnoni infatti ha affermato, in una recente intervista di essere interessato "all'andamento dell'esistenza e  in questo senso sono un fotografo". 
Dopo aver lasciato la Toscana per approdare a Londra, Romano Cagnoni ha scelto di formarsi in Inghilterra lavorando a stretto contatto con Simon Guttmann. Sempre in una recente intervista, Romano Cagnoni ha dichiarato, in merito ai suoi scatti nelle situazioni più estreme come in Vietnam o in Kosovo, che è interessato a "quello che gli uomini riescono a mostrare in una situazione di conflitto. E' proprio lì che escono dalla conchiglia che si auto costruiscono" mettendosi a nudo. 

La nona edizione di Seravezza Fotografia si svolgerà nell'omonima località della Versilia dal 28 gennaio al 9 aprile 2012. La rassegna apre le porte al pubblico ospitando Memorie Sovvertite, i recenti scatti che Romano Cagnoni ha fatto alla sua terra, sfigurata da un'architettura banale: "ho ritrovato un paesaggio malsano che non ha nessun legame con la mia storia di uomo".

"La fotografia è interpretazione e gli elementi primari sono la luce e il tempo" ha affermato Cagnoni e poi ha aggiunto: "la migliore fotografia in assoluto è quando si ha un documento umano di forte impatto sociale. La storia delle persone è la storia di tutte le storie e la fotografia è un momento della storia. Il fotografo deve capire il suo prossimo, vicende, contraddizioni, sensazioni che accompagnano la vita del suo prossimo".


Per molti anni Romano Cagnoni ha fotografato "situazioni e problemi antichi come è antica la specie umana nel tentativo di offrire immagini significative e intellettualmente stimolanti di noi stessi e le condizioni entro cui si muovono la nostra esistenza e le stesse nostre speranze per trasformarla".



Memorie Sovvertite è la mostra personale di Romano Cagnoni, a Seravezza (provincia di Lucca) dal 28 gennaio al 9 aprile, facente parte della nona edizione di Seravezza Fotografia

La Ragazza Tatuata: il realismo americano di Joyce Carol Oates

"Si sapeva che il suo nome era Alma e per un po' di tempo non ebbe il cognome". Alma arriva a Carmel Heights, un piccolo paese che si affaccia sul lago Ontario, in autunno. E' spaesata, impaurita e tanto affamata da sedersi, con una certa noncuranza, al tavolo di un ristorante sgranocchiando gli avanzi di cibo lasciati nei piatti dagli altri clienti. Credeva di non essere stata scoperta Alma, quella ragazza sgraziata nei movimenti con una strana voglia sulla guancia (era una voglia?). E invece Dmtri, uno dei camerieri del ristorante la osservò, senza dare nell'occhio e soprattutto senza avvertire il proprietario mentre, di tavolo in tavolo, Alma mangiava le croste del pane e l'insalata di pollo. 

Dmitri avvicinò la ragazza e le chiese, "con rudezza", se quella sulla guancia fosse una voglia o un tatuaggio. E' così che per Alma, conosciuta poi come la ragazza tatuata, inizia l'inferno. Dmtri sfrutterà l'innocenza, ma anche l'ignoranza, di questa ragazza senza nome e senza passato per guadagnare soldi, arricchire le sue tasche, soddisfare le sue perversioni. La farà prostituire in luridi motel al di là del fiume, la farà ubriacare, le somministrerà delle droghe, riderà di lei con gli amici, la guarderà con disprezzo dandole calci al ventre, al seno. La umilierà. Mentre Alma lo amerà, amerà questo "bastardo", nonostante tutto.

A Carmel Heights abita Joshua Seigl, uno scrittore che ha conosciuto una certa notorietà grazie a un libro edito molti anni prima. Da qualche tempo la sua verve ha subìto un brusco arresto, l'ispirazione gli manca, ma soprattutto gli manca qualcuno che stia accanto a lui. Seigl capisce che è giunto il momento di uscire da quel cono d'ombra e solitudine che si era creato nella casa ereditata dai genitori. Decide di dare uno slancio alla sua vita: assumere un assistente che lo aiuti a ripubblicare romanzi, racconti, saggi e traduzioni che, per anni, ha scritto rintanato nel suo studio. Seigl è ebreo e come tale si porta dentro un dolore ancestrale, quello dei suoi genitori, dei nonni, dei bisnonni e di tutta la sua gente. Ombre che si spostano da una terra all'altra, che vagano. Ombre di se stessi. E non a caso, il romanzo pubblicato anni prima da Seigl si intitola Le Ombre. Un romanzo sull'Olocausto dove "siamo obbligati a immaginare ciò che lo scrittore non rivela, diventiamo collaboratori nel creare ombre". A parlare è Essler, iscritto al terzo anno di dottorato, sta scrivendo una tesi sulla letteratura dell'Olocausto e si candida come assistente di Seigl. Ma lui non vorrà accanto a sé Essler, il ragazzo che è riuscito a metterlo con le spalle al muro, che ha sviscerato e capito perfettamente ciò che Seigl ha voluto dire con il romanzo Le Ombre.

No, Seigl accanto a sé sceglierà proprio Alma. Incontrata per caso come commessa della libreria di Carmel Heights, colpito dalla sua bellezza, un poco sfigurata da quella voglia (o macchia?) sulla guancia, dai suoi modi maldestri, dalla lentezza con la quale riponeva i libri negli scaffali. Seigl viene colpito da Alma e la vuole con sé. Grazie a questo lavoro, Alma abbandonerà, lentamente, Dmtri, chiudendosi dapprima in uno stato di timore reverenziale verso il suo nuovo "datore di lavoro" (come lo chiama Alma), misto all'odio per le sue origini ebraiche.

Nel contempo Seigl, entusiasta per avere un'assistente che lo aiuterà a mettere ordine nella sua vita, scoprirà di essere affetto da una malattia neurologica degenerativa. I sintomi sono chiari fin dall'inizio, chiari per Alma e per le persone del paese, per la sorella (che si intrufola nella vita di Seigl riaprendo ferite mai cicatrizzate e andandosene con la stessa violenza di un uragano), per gli amici più intimi. L'unico che fatica ad accettare la realtà è Seigl. Sarà durante il ciclo di chemioterapie che Alma si avvicinerà a Seigl, dimenticando l'odio verso gli ebrei che le avevano inculcato da bambina, e guardandolo come si guarda un uomo innamorato. 

La ragazza tatuata è stato scritto da Joyce Carol Oates, edito da Mondadori a gennaio 2012. La Oates è una di quelle scrittrici la cui scrittura può incantare oppure no. Non ci possono essere vie di mezzo proprio perché la sua stessa lingua non conosce freni inibitori. La perversione è una caratteristica tanto delle storie narrate quanto del linguaggio e delle figure utilizzate. La forza insita nella sua scrittura può far male come la lama di un coltello. Il realismo americano raccontato da Joyce Carol Oates potrebbe far pensare a un quadro di Hopper alla tensione metafisica e poetica che avvicina lo spettatore, facendolo riflettere sulle reali intenzioni dell'artista. 

Che sia una storia vera, quella raccontata dalla Oates in questo libro, non c'è dato da sapere. Di certo il lettore deve immaginare ciò che lo scrittore non rivela, così come disse Essler a Seigl riguardo al suo romanzo Le Ombre.