lunedì 31 ottobre 2011

Before I die di Candy Chang: quando le città diventano a misura d'uomo

Metropoli e capitali sono spesso sinonimi di caos, confusione, disorganizzazione dei servizi, fino ad arrivare a  sfiorare termini come non-equilibrio, collasso, alienazione e perdita di senso. Una sensibilità più vicina ai desideri dei cittadini, uno sguardo attento al loro rapporto con il quartiere nel quale vivono è ciò che ha cercato di fare Candy Chang.

Artista originaria di Taiwan, Candy Chang si è presto trasferita con la famiglia negli Stati Uniti, in particolare nell'Ohio. Dopo aver trascorso alcuni anni a New York e, successivamente, aver vissuto per alcuni mesi ad  Helsinki, ha deciso di trasferirsi a New Orleans dove ha dato vita ai suoi progetti, tra cui Befor I die, ovvero la ristrutturazione del muro di un edificio diroccato e abbandonato sul quale la gente scrive i propri desideri, la cosa veramente importante da fare prima di morire. Nonostante abbia letto in giro che questa tecnica artistica richiama ciò che fanno i social network (ovvero una specie di aggiornamento del nostro status), Candy Chang ha un'ambizione più elevata, un obiettivo che mira a creare un rapporto tra il cittadino e l'ambiente nel quale vive, una sorta di dialogo tra uomo e città, uomo e quartiere.

Così come nei progetti precedenti (a Fairbanks, in Alaska, o a New Orleans con gli stickers) che hanno occupato la scena della Street Art internazionale, Candy Chang è tornata con un progetto, denominato Before I die, che attinge, come lei stessa ha dichiarato in un'intervista a Juxtapoz, a domande che si pone mentre passeggia oppure osserva il quartiere nel quale vive: "Che cosa accadrebbe se tutti potessero dire quali sono le attività commerciali che preferiscono avere vicino a casa, oppure se si conoscessero le storie e le esperienze dei nostri vicini, e ancora se lo spazio pubblico fosse a disposizione delle persone, una sorta di luogo dove poter condividere ciò che più conta per tutti noi?"

Durante la stessa intervista, Candy Chang ha ammesso che l'ispirazione spesso proviene dai viaggi che spesso la portano a contatto con città bellissime dove, tuttavia, gli spazi spesso non sono rappresentativi di chi ci abita. Uno dei viaggi che ha smosso maggiormente e reso ancor più sensibile ed originale la sua idea di arte sono stati i mesi trascorsi ad Helsinki, durante i quali le vicende personali che toccarono la sua vita e quella di alcuni suoi amici, la resero più riflessiva nei confronti della vita stessa e quindi dell'arte. Candy Chang si rese conto di quali fossero realmente i suoi desideri: la sperimentazione al fine di rendere migliore la città nella quale si vive. Per questo Candy Chang si trasferisce a New Orleans dove fonda uno studio di design urbano chiamato Centro Civico

Before I die è un progetto nato proprio all'interno del Centro Civico che si è diffuso non solo a New Orleans ma ha coinvolto anche altre città come Amsterdam, Ponta Delgada, Portsmouth, Lisbona, San Diego, Brooklyn. Nell'attesa che possa arrivare anche a Roma, ammiriamo le immagini come testimonianza della Street Art di Candy Chang in giro per il mondo.  

Street Art e Lustrini di Theresa Himmer

Theresa Himmer, artista di origine islandese che attualmente vive e lavora a New York, crea queste opere, a metà tra design, architettura e pura street art, sulle facciate di palazzi, condomini ma anche edifici utilizzando lustrini (o paillettes) e dischetti a specchio. Theresa Himmer ottiene così delle colate di colore richiamando ruscelli, cascate ma anche gelato o neve.
Le immagini si riferiscono a Reykjavik, capitale dell'Islanda:





venerdì 28 ottobre 2011

Jonathan Viner: disarmonie pop surrealiste

Negli artisti amo la franchezza forse ancor più dell'originalità creativa che scaturisce dalle loro opere. Quando leggo un'intervista in cui l'artista in questione si apre totalmente, svelando anche i lati meno conosciuti del proprio lavoro, apprezzo l'uomo che è in lui prima ancora di vedere le sue opere. Jonathan Viner rientra in questa categoria, anche se, a dire il vero, le sue tele già le conoscevo (come penso molti di voi).

Una delle voci più eclettiche del pop surrealismo internazionale, i quadri di Jonathan Viner sono approdati in famose Gallerie come la Sloan Fine Art di New York ma anche la Dorothy Circus Gallery di Roma. 
E' interessante vedere come le sue idee, riversate sulla tela, si arricchiscano, immagine dopo immagine, di tematiche molto attuali come la violenza, l'alienazione, i repentini cambiamenti che sono spesso alla base di stati d'animo turbolenti, in conflitto tra loro. Nei suoi quadri tutto ciò si anima e prende vita grazie ad una rappresentazione che attinge al simbolismo e al surrealismo più tradizionali.

Come si è visto per molti artisti pop surrealisti come Naoto Hattori, David Stoupakis, Mark Ryden e Ray Caesar (ma la lista potrebbe continuare), anche per Jonathan Viner quello che avviene nel processo di realizzazione dell'idea è un flusso di coscienza, un marasma di pensieri che si aggrovigliano per poi sciogliersi e liberarsi sulla tela. Nulla è programmato e ragionato. E soprattutto nulla avviene a livello conscio. Sembra proprio che l'arte di Viner sia protesa a creare un legame con il pubblico che ammira le sue opere: la creazione di qualcosa che sia fedele a ciò che si agita nel suo animo avrà un destinatario, ovvero il pubblico. 

Jonathan Viner ha ammesso, in più interviste, di aver sofferto di attacchi d'ansia durante l'adolescenza. Crescendo ha cercato, soprattutto attraverso l'arte, di fissare sulla tela le sue ansie  trasformandole in elementi meravigliosi e graficamente utili per la resa degli stati d'animo dei soggetti dipinti. Le ragazze raffigurate sono suggestive, i corpi sono nudi e magri, abbandonati a lenzuola poco accoglienti, dopo l'amore con un uomo adulto (un volto che ricompare, in molti quadri: gli zigomi scavati, gli occhi cerchiati e stanchi, la barba incolta, un vago senso di abbandono e spossatezza). Queste ragazze sono ritratte anche in atteggiamenti quotidiani, mentre scendono le scale, mentre sfornano un "dolce", allo specchio, in bagno oppure semplicemente al telefono. Tuttavia in ogni immagine c'è un elemento simbolico che destabilizza, disorienta e crea un disagio tanto nell'osservatore quanto nel quadro stesso.

L'uso di colori freddi che contrastano con rossi cupi e toni scuri rende ancor più sospesa l'atmosfera e diametralmente opposti i soggetti dei quadri rispetto ai simboli che li circondano. Nonostante ciò il legame che li unisce è saldo e non teme cedimenti tanto forti sono i significati, citati poc'anzi, ai quali si appellano.

giovedì 27 ottobre 2011

I Manga di Takeshi Obata: perfezione e pulizia delle illustrazioni

Pensando a Takeshi Obata ciò che balza alla mente è la figura di un mangaka che, pur collocandosi all'interno del filone shonen, si distingue dagli autori di questa categoria per perfezione e finezza dei suoi disegni tanto da diventare, negli anni, il mentore di giovani illustratori, oggi famosi mangaka, come Kentaro Yabuki (tanto per citare uno dei fumettisti della sua scuola che adoro maggiormente e di cui presto scriverò un articolo visto l'ultimo fumetto uscito per Kappa edizioni, Cronache di Yamato).

Il fatto che Takeshi Obata abbia iniziato la sua carriera ancora adolescente, attirando l'attenzione della critica  con il manga 500 K nen no Kaiwa pubblicato sulla rivista Weekly Shonen Jump e per il quale ha vinto nel 1985 il Tezuka Award dalla casa editrice Shueisha, rende questo artista tanto affascinante quanto i suoi disegni. Tralasciando il periodo poco fortunato dedicato al manga Cyborg Jii-chan G, i suoi lavori, negli anni successivi, non smettono di incantare il pubblico e la critica stessa, tanto che, una decina d'anni dopo riceve il celeberrimo premio Shogakukan Manga Award  e nel 2003, il Tezuka Osamu Cultural Prize per l'opera Hikaru no Go, fumetto basato sul gioco del Go, nato in Cina e importato in Giappone dove è divenuto famoso. Quest'ultimo manga è uscito anche in Italia e grazie a Planet Manga ha raggiunto un modesto successo mentre negli Stati Uniti ha raccolto pochi consensi.   

Proprio nel 2003 Takeshi Obata illustra il famoso manga Death Note, scritto da Tsugumi Ohba. Un fumetto che ha conosciuto una popolarità, anche internazionale, di tutto rispetto sia per il contenuto narrativo impegnato, per niente scontato e banale, sia per gli spunti riflessivi e la caratterizzazione dei personaggi ben identificati nel loro ruolo, sapientemente raccontati da una mano esperta quale appunto quella di Tsugumi Ohba. Tuttavia tale caratterizzazione è evidenziata e sottolineata proprio dalle illustrazioni di Obata. La sua tecnica è perfetta, le linee sono sicure, i volti ben delineati così come i movimenti del corpo, gli atteggiamenti, gli stessi sguardi dei personaggi. Particolarmente interessanti sono anche le rappresentazioni degli dei della morte: la resa introspettiva che Obata propone con i suoi disegni è simbolica ed evocativa, quasi uno studio anatomico sul personaggio stesso. La forza di questi disegni hanno portato Obata, nel 2008, alla nomination agli Eisner Award, premio annuale assegnato in occasione del Comic-Con di San Diego




Riconosciuto dal pubblico, oltre che dalla critica, per la perfezione dei suoi disegni, Takeshi Obata ha una cura spasmodica per i dettagli. La fedele riproduzione dei personaggi narrati da Ohba (con il quale ha lavorato anche al più recente manga dal titolo Bakuman), o creati dalla sua fervida immaginazione, rende le sue illustrazioni riconoscibili facendole emergere dalla massa che appartengono ai più commerciali shonen manga.

Naoto Hattori: pop surrealismo, arte psichedelica e visionaria

"I simply love to draw from my head. I remember when I was in kindergarten, I always drew made-up characters and made stories with a drawing. Some of my sketch books from my age 3-5 are filled up with tits and peeing images". Credo che potrebbero bastare queste poche righe per descrivere l'arte di Naoto Hattori (considerazioni fatte dallo stesso Hattori durante un'intervista per BeinArt). Artista giapponese, ora residente negli Stati Uniti, dove vive e lavora, fa dell'arte una vera ragione di vita, una passione che, come ha asserito Hattori, smuove il suo animo e la sua mente fin dall'asilo.

L'arte di Naoto Hattori è visionaria, psichedelica, un viaggio mentale che coinvolge tutti i sensi. Hattori dipinge il suo mondo immaginario, popolato da strani personaggi e atmosfere surreali. Questo artista crea storie che provengono dalla sua mente, tuttavia come ha dichiarato nella stessa intervista, Naoto Hattori non ricorda il momento esatto in cui ha deciso di disegnare o diventare un artista e questo perché non esiste un vero e proprio momento. Hattori ha subito il fascino dell'arte fin da piccolo, alimentando l'immaginifico che era in lui senza chiedersi cosa lo stesse influenzando. Ciò gli ha permesso di liberare la sua fantasia, la creatività e rendere i suoi quadri veramente originali e irripetibili, senza pensare al giudizio del pubblico o della critica.

"I usually paint 12-14 hours a day on weekdays. I don' like the way a day is 24 hours cycle. I usually sleep 4 hours but if I don't get tired, I paint 24 hours straight (...) I start painting in the morning and next moment I look outside the window and it's getting dark". Anche quest'affermazione fa capire quanta passione Haoto Hattori metta nel suo lavoro: se potesse disegnerebbe anche 24 ore al giorno e quando lo fa non si accorge neppure del tempo che passa. 
Le immagini racchiuse nella sua mente, immagini creative, originali, irripetibili (ci tengo a ribadire questo termine) formano il mondo che si agita dentro Hattori, un mondo selvaggio dove ogni soggetto vuole uscire e stagliarsi sulla tela, prendere vita, mostrarsi all'osservatore. E' un flusso di coscienza quello che avviene mentre Hattori trasporta sulla tela questi personaggi, una continua narrazione attraverso colori acrilici e toni brillanti.

Come in un film di Tim Burton, in un quadro di Bosch, oppure in una delle opere di Mark Ryden, in questi dipinti vediamo strani animali, personaggi dalle forme inquietanti, occhi che prendono vita, mani animate, ma anche ritratti della Gioconda e della Venere del Botticelli in chiave pop surrealista... tutto ciò lo potrete ammirare nelle immagini postate, nel sito personale di Hattori, oppure vedere alcuni suoi quadri dal vivo a Le Plateau Exhibition Space (Parigi) dal 15 settembre al 31 dicembre 2011. Anche l'Italia ha reso omaggio a questo artista: l'anno scorso, MondoBizzarro Roma ha esposto le sue opere durante la primavera, quest'anno invece Dorothy Circus Gallery ha ospitato Haoto Hattori e Mark Elliott dal 28 aprile al 31 maggio.


Naoto Hattori merita di essere citato non solo tra i pop surrealisti della scena internazionale ma anche per la sua idea di arte, di creare e sviluppare l'immaginifico e l'onirico che c'è in lui.

mercoledì 26 ottobre 2011

Audrey Kawasaki: dalle influenze manga all'erotismo su tavole di legno

Si era già parlato della pittura su tavole di legno con Amy Sol. Oggi vorrei mostrarvi i ritratti di Audrey Kawasaki proprio su tavole di legno. Inutile dire che l'eleganza e la raffinatezza dei suoi quadri si alternano alla sensualità e all'erotismo dei soggetti femminili dipinti. L'attenzione di quest'artista giapponese è concentrata su giovani ragazze, ninfee dallo sguardo velato di malinconia, corpi in pose lascive, mostrati, silenziosamente imposti agli occhi dell'osservatore. 

Tuttavia i lavori di Kawasaki non possono essere paragonati all'erotismo esibito, che sfiora il voyeurismo, dei quadri di Danni Shinya Luo, al grottesco, all'horror e al bondage che relega i quadri di Takato Yamamoto  nel regno della Decadenza, oppure alla forza esplosiva delle illustrazioni di Yana Frank. Eppure le opere di Audrey Kawasaki non passano inosservato: la bellezza eterea, i colori sfumati, il mistero, l'enigma che si cela dietro agli sguardi di queste ragazze e ancora la musicalità che sembra scaturire dai loro corpi sfumati lascia il pubblico senza parole. L'occhio dell'osservatore rincorre queste fanciulle, nella speranza di riuscire a toccare le mani, il braccio, sfiorare i capelli, il volto. Ma loro fuggono, sembrano non volersi svelare. 

Lo sguardo delle ragazze è intrigante e voluttuoso, occhi da cerbiatta si potrebbe dire, e difatti sembra proprio così a guardare i lavori di Kawasaki. Da questo punto di vista non può sfuggire la sua inclinazione ai Manga, probabilmente una forte passione che l'ha portata a ricreare personaggi simili usando però la sua personalità artistica. Come ha affermato la stessa artista in un'intervista a La Weekly, spesso viene accusata di alimentare la pornografia proprio perché i suoi soggetti sono giovanissime ragazze nude (o quasi). Secondo Audrey è difficile spiegare a chi non vuole ascoltare. In realtà quest'artista oltre ad essere stata influenzata dai Manga, è attratta anche dai grandi pittori rinascimentali e quindi dalla perfezione dei corpi da loro disegnati. Il tutto rielaborato dal suo modo di vivere e pensare l'arte in particolare ciò che concerne il corpo femminile.

Un corpo dove si aggroviglia il dolore, la malinconia, il piacere, il desiderio, ma anche la sensualità e l'erotismo elegantemente rappresentati. Audrey Kawasaki cattura questi stati d'animo e li cristallizza sulla tavola di legno, rappresentando ragazze tutt'altro che banali. A La Weekly, in seguito alla domanda sulla sua presunta tristezza quando osserva il quadro ultimato in quanto viene liberata la ragazza da lei disegnata, l'artista ha risposto, con un sorriso malizioso, che deve farlo. E in questo, credo che si possa trovare la forza dell'arte di Audrey Kawasaki.

martedì 25 ottobre 2011

Street Art: Saddo, Other e Stinkfish mostrano la loro arte a tutto il mondo

Saddo, un artista della Romania, insieme a Other, canadese di origine hanno realizzato quest'opera meravigliosa sulla facciata di un palazzo di Dresna, simbolo di estrema bellezza, forza ma anche potenza della Street Art. Direi che non si deve aggiungere altro, le immagini parlano da sole.


Other sarà presente alla Brooklynite Gallery, a partire dal 5 fino al 26 novembre, insieme a Stinkfish, un artista sudamericano divenuto famoso grazie ai suoi murales che rappresentano un vero e proprio elogio alle persone comuni, ritratte con colori sgargianti che rimandano alla vivacità del Sud America. Di seguito alcune sue opere:





Yana Frank: "Maniac Designer" fra erotismo ed esplosiva creatività

The Muse and the Beast

Non ho la presunzione di considerarmi una persona estremamente creativa, tuttavia non sono quel tipo di ragazza che reagisce passivamente all'arte nel senso lato del termine: scrivo, dipingo (non sono dei capolavori e quindi non li mostrerò però vedere sulla tela ciò che il mio inconscio ha voluto svelare è sempre una soddisfazione), leggo, sono curiosa e interessata nei confronti del mondo. Sono alla ricerca. 

Diary of a Maniac Designer
Ed è proprio ricercando che avvengono le scoperte migliori: vedere tra gli scaffali o meglio, nelle librerie online, un romanzo scritto proprio da un'artista che adoro, il cui obiettivo è condividere la sua esperienza in termini di organizzazione del tempo per meglio gestire la propria attività creativa non può lasciarmi indifferente. Sto parlando del libro di Yana Frank (forse tanti di voi la conosceranno come Miu Mau), The Muse and the Beast. Purtroppo non mi risulta ancora tradotto in inglese (figuriamoci in italiano!), si trova solo in lingua russa, quindi mi sono dovuta accontentare dei pareri su Amazon e su qualche altro sito di suoi fan nell'attesa di leggere almeno qualche pagina in inglese. 

Yana Frank non ha scritto solo questo libro, ma è autrice anche di Diary of a Maniac Designer, una revisione e riscrizione del suo "giornale online" arricchito da illustrazioni. Anche in questo caso non c'è una traduzione in inglese, riporto comunque una delle illustrazioni (qui a sinistra) all'interno del libro che, presumo, rendano ancor più piacevole la lettura.



Come si può notare Yana Frank, o Miu Mao che dir si voglia, considera l'arte come un pozzo dal quale attingere, una fonte di idee inesauribili che si riversano ora sulla tela ora sulla carta ma anche sul cartone. Dopo aver studiato per anni design pubblicitario, aver lavorato come  web director e art director trasferendosi per studio prima in Germania poi in Svizzera, stabilendosi successivamente a Berlino, Yana Frank decide di abbandonare il lavoro come designer e dedicarsi totalmente alla pittura in seguito ad una riflessione: come ha asserito quest'artista per Artlebedev (il sito dello Studio per il quale lei, tuttora, è il direttore creativo) non era sufficiente ciò che faceva, sentiva che le mancava sempre qualcosa. Miu Mao disegnava fumetti nel tempo libero e riempiva i suoi lavori di illustrazioni. Perciò ha preso in mano il suo tempo e ha dato una smossa alla sua situazione lavorativa.

La sua tecnica si distingue in base al materiale sul quale disegna: pennelli e inchiostro se disegna su carta e acrilico su tela. I suoi lavori risentono dell'antica tecnica giapponese Ukiyo-e e delle linee morbide e pulite, della perfezione, dei giochi di luce e ombra degli artisti rinascimentali. La forza che scaturisce dai suoi dipinti, l'erotismo, una certa dose di voyeurismo, tutto ciò unito a brillanti acrilici o inchiostri, a sfumature pop surrealiste che abbracciano anche le tecniche che scaturiscono dai quadri Ukiyo-e oltre che da quelli rinascimentali danno un tocco di classe ma anche di malizia a queste opere che sembrerebbero voler simboleggiare un'esplosiva ed inarrestabile creatività.



I suoi lavori possono dare vita a storie ambigue e misteriose, a divertenti momenti di vita quotidiana, stagliati però su uno sfondo surreale e immaginifico, ma anche a racconti fantastici. Non c'è limite alla creatività di Yana Frank così come non c'è limite alle sue idee e ai suoi desideri. 

lunedì 24 ottobre 2011

L'Emmaus di Baricco: dalla critica spietata alla critica ragionata

Letto con molto ritardo, recensito con altrettanto ritardo, Emmaus di Baricco è un libro che mi ha fatto riflettere, come tutti i romanzi scritti da lui. Stroncato, anche troppo in maniera fuorviante e decisamente oltraggiosa, da Massimiliano Parente, che scrisse una dura recensione sul quotidiano Il Giornale, in parte apprezzato ma ugualmente colpevolizzato  da Andrea Scanzi per lo stile impeccabile che sembrerebbe nascondere una mancanza di contenuti, in una recensione apparsa su La Stampa poco dopo l'uscita del libro.

Ovviamente non rientro nel gineceo (usando le parole di Scanzi) che esalta lo scrittore, applaude e si prostra a lui come fosse una divinità, tuttavia trovo questo libro tanto profondo quanto Castelli di Rabbia, Oceano mare e Novecento (lo so che affermando questo si accaniranno la maggior parte dei lettori che, invece, hanno asserito il contrario). La forza del romanzo è data proprio dal fatto evangelico dal quale prende spunto anche per il titolo stesso: l'incontro tra due uomini, sulla via per Emmaus, con un terzo uomo, il Messia, ma loro se ne accorgeranno quando sarà troppo tardi. 

Quanto volte ci è capitato di essere ciechi? Non capiamo proprio perché non vediamo e questo ci disorienta, ci mette con le spalle al muro. Il risultato è che siamo persi e non sappiamo più cosa fare. E' quello che accade ai protagonisti di questo romanzo. Ognuno è cieco di fronte a un determinato episodio della sua vita, un episodio che cela il dolore più profondo, i segreti mai svelati, le cose taciute, l'incomprensibile, l'inafferrabile. Ma anche la gioia e l'amicizia.

Luca, Bobby, il Santo e il protagonista (colui che narra la vicenda). Quattro ragazzi che appartengono alla borghesia, cresciuti secondo regole di vita ferree e precetti religiosi che, data la loro giovane età, non comprendono fino in fondo, precetti che seguono come automi senza capirli. Ne parlano, ci ragionano, discutono, si infervorano, ma non risolvono i dubbi che agitano le loro anime. Dubbi che crescono insieme a loro, prendendo pieghe diverse così come differenti sono le situazione nelle quali vivono i ragazzi: famiglie dove il dialogo sembra, almeno apparentemente, inesistente, famiglie che nascondono segreti, che parlano dietro muri freddi e sconosciuti, che non si conoscono tra loro e che, forse, non sanno molto dei loro figli, se non quello che hanno voluto inculcargli a qualsiasi costo.

Lo sguardo dei quattro protagonisti è attirato da Andre, giovane, bella, dai capelli lunghi e scompigliati. Una ragazza che fa venire il capogiro, piace a tutti, padri e figli. Sembra sicura di sé, i suoi movimenti sono controllati, lo sguardo proiettato al futuro, eppure tanta sicurezza ostentata cela una un dramma familiare che coinvolgerà emotivamente i quattro ragazzi, tanto da spingerli a parlare con la madre per "salvarla".
Ma i ragazzi sono ciechi, non riescono a salvare se stessi e non riusciranno neppure a farlo con Andre che, al contrario, risulta essere quella forte anche di fronte a situazioni particolari che la vita le metterà di fronte.

Il destino di Luca, Bobby, il Santo e quello del protagonista, è segnato da incertezze, dubbi ma soprattutto profonde delusioni e una sfiducia tale da non riuscire a reggere il confronto con la vita.
Emmaus è un libro profondo, che prende spunto dalla vita di ognuno di noi, un romanzo nel quale ci si ritrova e forse, per questo, la storia potrebbe spaventare.

MondoPop Roma: Inaugurazione della mostra di Glenn Barr

Stupenda inaugurazione. Sabato sera MondoPop Roma si è tinto di toni beige, marroni e grigi. La Street Room ha ospitato alcuni dei dipinti di Glenn Barr, dando un tocco onirico e surreale alla già famosa Galleria romana che, periodicamente, apre le porte a molti pop surrealisti della scena internazionale.

Entrando si veniva investiti da un profumo dolciastro che ben si sposava con le tonalità utilizzate da Glenn Barr nei suoi quadri. C'era un'atmosfera sospesa tra la magia e il mistero velati da un senso di inquietudine che emergeva dagli occhi delle figure femminili dei dipinti di Barr.

Come si può notare dalle fotografie, gli occhi appaiono svuotati ma non privi di espressione. Ed è proprio l'espressione l'elemento centrale dei suoi nuovi lavori che, se da un lato ricordano quel filone cinematografico che dagli anni '60 ad oggi è maturato lasciando però invariata la fusione tra scienza e fantasia, dall'altro esprime la personale visione di Barr di interpretare l'animo umano, in particolare quello femminile.

Una fotografia insieme a Glenn Barr
La donna viene rappresentata come un'eroina d'altri tempi che guarda al futuro viaggiando nello spazio. Il volto di queste donne appare nella loro complessità, così come complesse sono le emozioni che scuotono la loro anima. Glenn Barr non vuole dare una risposta a questa complessità, né categorizzare i sentimenti che agitano l'animo femminile, l'artista sembra voler lasciare all'osservatore la libertà di esprimere un proprio giudizio. Si crea quindi uno spazio entro al quale l'osservatore interagisce con i quadri e quindi con Glenn Barr stesso.

La complessità dell'animo umano viene rappresentata in chiave surrealista, o per meglio dire pop surrealista, onirica, metaforica, simbolista, vagamente misteriosa, bizzarra ed estremamente contemporanea senza, per questo, trascendere il passato nel quale affonda tale complessità.
Lo stesso artista appare, nella sua gentilezza e timidezza, una persona che non lascia nulla al caso ma che dal caso coglie i particolari e li rielabora. I suoi occhi, di un verde intenso, scrutano e osservano tutto ciò che accade, senza lasciarsi sfuggire nulla. Perché da ogni parte si cela sempre una storia da raccontare.